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Castro dei Volsci, tra vicoli e storia

Castro dei Volsci. Per caso. Una passeggiata. Una sorpresa. Una domenica di sole, finalmente. A scaldare la pelle, a sfiorarmi le ossa. Decido di afferrare al volo quei tiepidi raggi di sole quanto più potevo e di fare un giro in un paesino ordinato, educato che trasuda storia da ogni mattone di tufo: Castro dei Volsci.

foto castro dei volsci

Un gioiellino di quasi 5.000 anime arroccato sulle colline, nel bel mezzo della Valle del Sacco, a 100 chilometri da Roma. Basta alzare un momento lo sguardo per scoprire un borgo circondato da cinte murarie, che di storia ne hanno fatta e che trovano raccordo nella torre di vedetta del paese.

Castro dei Volsci: una passeggiata nella storia

Prendo a piedi la strada che costeggia la chiesa principale di Castro dei Volsci, la chiesa di Sant’Oliva. Penso a quanti popoli hanno lasciato orme e speranze in quel vicolo di pietra. Saliamo sempre più su ripercorrendo l’arrivo dei Volsci, la conquista romana, passando per il Medioevo fino ad arrivare alla torre in alto, dove una vista senza pari ti stronca il fiato.

Ed è proprio lì, nello spiazzo della Rocca di Castro dei Volsci, che si riconosce la storia contemporanea. Quella che in fondo conosciamo meglio e che abbiamo vissuto dalle parole dei nonni. Impossibile che ci sfugga nel biancore di quel monumento dedicato alla Mamma Ciociara, orgoglioso pilastro durante il secondo grande conflitto mondiale.

foto mamma ciociara, castro dei volsci

Quello che resta di una guerra in cui, forse, ancora non abbiamo trovato il nostro posto, è la fierezza delle madri ciociare nel sostenere un ingiusto sacrificio. La ferocia nel salvare le giovani figlie dalla brutalità delle truppe di mori arrivate a “liberarci”.

La dignità nel sapersi rialzare in silenzio dopo aver visto i figli cadere in guerra. Il coraggio di vivere con un saluto nel cuore e la speranza di ritrovare un abbraccio. Quella fierezza, quel monumento, quella mamma sono ancora lì, in tutto il loro orgoglio, a guardare i monti Ausoni. Sono lì a custodire con atteggiamento fiero le valli dell’Amaseno e del Liri, scenari di tragedie difficili da raccontare.

foto mamma ciociara, castro dei volsci

Dopo una salita c’è sempre una discesa ed è facile seguirla per scoprire i vicoli del paese. Vi consiglio di lasciare lo stiletto a casa e indossare le scarpe più comode che avete se non volete ballare il tip-tap sui sanpietrini.

foto Castro dei Volsci

Tra un ciottolo e l’altro, alzate gli occhi di tanto in tanto, e sbirciate nelle finestre di legno tarlate o tra le luminarie di ferro che portano i segni del tempo. Scoverete un fascino ancestrale che vi farà sentire stranamente a casa.

Continuo il mio viaggio, passo sotto ponti di piante rampicanti e gradoni di travertino. A farmi compagnia dei gatti randagi variopinti, che spiano dietro vasi di geranei rossi.

Seguo la strada più larga convinta che giunga al cuore del paese, perché un tempo così si usava fare. Un arco in pietra che fa angolo e una targa titolata all’indimenticabile Nino Manfredi, che per quei vicoli castrensi di corse e ruzzolate ne ha fatte tante. Eh sì, perché tra Castro dei Volsci e Pastena, l’attore ciociaro ha trascorso i suoi migliori natali, come lui stesso ha dichiarato in varie interviste.

foto Castro dei Volsci

Dopo una serie di vicoli labirintici, arrivo nell’accogliente piazzetta di Castro (piazza IV Novembre). Una fontana restaurata. Un bar che ne racconta molte dalla ruggine della sua insegna vintage. Un albero a sostenere il muro di cinta della piazza.

Un muro levigato dalle carezze dei primi amori e dai vecchi del paese che danno sollievo alla loro saggezza. Il gioco della campana disegnato sulla strada con i gessetti rubati a scuola; per saltare da un anno all’altro dell’infanzia più bella.

foto Piazza IV novembre di Castro dei Volsci
Piazza IV novembre di Castro dei Volsci

Mi prendo un minuto per assaporare un tempo lontano e palpare la quiete di un paese che vive di storia. È ora di pranzo. L’ultimo salto a campana, la rollata vincente a biliardino e di corsa a pranzo. Giro l’angolo della piazzetta, mi sfilo dagli anni ’50 per infilarmi sotto l’arco de La Locanda del Ditirambo.

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